14 ago

Lavoro e Robotica – una sfida di innovazione sistemica…

Picture Credit: HONDA
(0)

Robot e disoccupazione – cosa c’è nel nostro futuro?

La letteratura e la cinematografia fantascientifica ci hanno fornito diverse occasioni per meditare sul rapporto uomo-macchina, soprattutto sull’acquisizione di coscienza da parte delle macchine, su una loro conquistata umanità, ma anche sulle conseguenze estreme del machine learning – una macchina che auto-apprende, in base ad un algoritmo in grado di programmare se stesso. Pensiamo alle “Leggi della Robotica” formulate in “Io. Robot” da Isaac Asimov, al mitico “2001: Odissea nello Spazio” di Stanley Kubrick (tratto da Arthur C. Clarke), fino al capolavoro di Steven SpielbergA.I. Intelligenza Artificiale” (ancora da un’idea di sceneggiatura di Stanley Kubrick, ispirata a Brian Aldiss). Recentemente la (magnifica!…) serie TV HBO “Westworld” (un remake evoluto dell’omonimo film di Michael Crichton – intitolato in Italia “Il mondo dei robot“…), con una drammatizzazione straordinariamente efficace, ci ha messo di fronte alla coscienza e i sentimenti di robot progettati (per intrattenere esseri umani, e soddisfarne esigenze emotive e istinti), in modo da risultare umani fin nei minimi dettagli fisici e comportamentali – la vicenda ci interroga sul confine uomo-macchina, toccando temi etici sensibilissimi quali la sofferenza e lo sfruttamento.

Purtroppo oggi dobbiamo ancora confrontarci con la sofferenza e lo sfruttamento che affliggono il lavoro umano – la delocalizzazione in alcuni paesi permette di ridurre i costi di produzione sfruttando manodopera costretta a condizioni lavorative inaccettabili, senza le più elementari tutele. Imprenditori con l’unico obiettivo del loro profitto e pochi scrupoli sociali, creano una disperata competizione al ribasso fra poveri. Quindi, piuttosto che dell’umanità delle macchine, dobbiamo preoccuparci del loro impatto su questo lavoro – perché anziché migliorarlo e alleviarlo (eseguendo i compiti di “contenuto” inferiore, più ripetitivi, pesanti e pericolosi), lo stanno paradossalmente danneggiando, in modo irreparabile, e lo faranno sempre di più.

Ci stiamo avvicinando a grandi passi ad una condizione in cui le macchine lavorano “senza” esseri umani – apprendono ed eseguono compiti sempre più raffinati, sempre più umani, trasformandosi in una forza lavoro veloce, standardizzata, estremamente robusta e produttiva, e a costo bassissimo (dopo un iniziale investimento di capitale). Gli esempi, sorprendenti e destabilizzanti, sono in costante aumento – esulano da quelli “classici” dell’industria manifatturiera, permeano prodotti, servizi ed esperienze sempre più “vicine” all’utilizzatore.

Il futuro dei magazzini e della logistica è quello di essere gestiti integralmente da robot (nel video potete vedere un esempio di “Zona esclusa agli Umani“)…

 

e già Amazon (e, con un approccio diverso, UPS, Google e DHL) stanno lavorando a un’evoluzione che riguarda le consegne effettuate direttamente da droni

 

A S. Francisco possiamo mangiare a eatsa o prendere un caffè a Cafè X, entrambi totalmente privi di interazioni umane, e lo sviluppo (guidato da Google e Tesla) di veicoli auto-guidati già si rivolge al trasporto pubblico. In Giappone (un paese con una percentuale elevatissima di anziani, un elevato tasso di occupazione giovanile e assai resistente all’immigrazione) ha investito moltissimo sull’impiego di robot per l’assistenza agli anziani (facilmente accettati da una cultura disposta, in quanto fondamentalmente “animista“, a personificare le “cose“, attribuendo loro un’anima…).

Chatbots (programmi capaci di conversare realisticamente con un essere umano, risultandone praticamente indistinguibili…) sempre più sofisticati svolgono ormai in modo pervasivo svariati ruoli di servizio e assistenza

L’automazione sta progressivamente cancellando il lavoro, invadendo ambiti considerati inattaccabili, conquistando attività sempre più qualificate e umane.

Uno studio di C. B. Frey & M. Osborne della Oxford Martin School nell’ambito di un programma dedicato ai futuri impatti della tecnologia pubblicato nel 2013, mostra inequivocabilmente che:

  • in futuro ci saranno sempre meno lavori che una macchina non potrà fare altrettanto bene di un essere umano – svariati compiti non ripetitivi e non manuali, anche di tipo cognitivo, potranno essere robotizzati
  • quasi la metà dei posti di lavoro saranno a rischio da qui al 2020.

I lavori spazzati via saranno quelli più deboli e già sfruttati (operai alle linee produttive, magazzinieri, autisti, addetti alle consegne, operatori di call center, addetti ai servizi alla persona…) – questo significa un esercito di disoccupati di difficile ricollocazione in mansioni non soggette all’emergente robotizzazione (quelle ad alto contenuto creativo e sociale).

Il problema – globale ed etico – è drammatico e va affrontato con urgenza, con un grande sforzo innovativo.

L’innovazione è creazione di nuovo valore da parte di persone per le persone –quindi non può limitarsi alla sfera tecnologica, ma deve parallelamente estendersi ai sistemi socio-economici, e questo è un caso esemplare, per la dimensione planetaria e la complessità sistemica del problema e delle forze che in esso agiscono. Possiamo immaginare alcune possibili soluzioni, ad esempio quelle suggerite da due grandi imprenditori come Elon Musk e Bill Gates, che, da innovatori visionari quali sono, hanno iniziato a esprimersi con vigore e autorità su questi temi.

In sostanza, penso ci siano alcune cose che la classe dirigente (istituzioni, politici, imprenditori, mezzi di comunicazione, tutti gli innovatori disponibili…) dovrebbe avviare, da subito:

  • considerare l’istituzione di una forma di reddito universale che consenta un’esistenza dignitosa agli “esclusi“, da affiancarsi a programmi specifici per il loro coinvolgimento sociale, creativo, educativo (perché una vita inattiva, che non produce valore sociale, anche se remunerata, non ha senso…)
  • elaborare un grande progetto globale di educazione alle competenze creative e sociali, e un contesto adatto a utilizzarle e valorizzarle
  • sottoporre a tassazione i “robot” come i lavoratori umani
  • assicurare che ogni programma di sostegno e finanziamento all’impresa per l’innovazione tecnologica, contenga i dovuti ammortizzatori – compensazioni e contromisure che ne coprano l’impatto sociale (perché non possiamo finanziare con denaro pubblico la generazione di disoccupazione…)
  • esercitare uno stretto controllo pubblico per contrastare la formazione di nuove “lobbies” di proprietari della robotizzazione (i brevetti di softwares e algoritmi), mediante misure appropriate, quali tassazione e regole anti-trust (perché non possiamo lasciare nelle mani di pochi, e per sempre, strumenti con un impatto così devastante sul benessere e la felicità umana).

La sfida è chiara, alcune idee su cui lavorare ci sono, esistono metodi innovativi per affrontare la complessità e co-creare il futuro che emerge…cominciamo SUBITO!

 

Marco Ossani

Cosa ne pensi? Scrivi la tua opinione in un commento

Categories: blog
to-top